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Tutto a un tratto udii delle voci provenire dal fondo delle scale. Era una donna che diceva “Su, solo un altro piccolo sforzo e siamo arrivati. Tieni duro, che c’è l’hai fatta. Non mollare proprio ora eh”. E mentre le rassicurazioni si susseguivano sentii anche chiaramente i passi che si avvicinavano. Capii immediatamente che erano più di due persone. Una strana ansia mi invase e non ne capii il motivo. Poi li vidi affacciarsi sulla porta. Erano due donne-una era un’infermiera- e stavano reggendo tra le braccia un uomo di mezza età magro come un grissino e bianco come un lenzuolo. Indossava un giubbotto leggero blu e sotto aveva il pigiama e le pantofole. Le due donne sempre sorreggendolo con le loro braccia lo fecero sedere subito su uno dei divanetti. Respirava a fatica e non disse una parola. Aveva uno sguardo tristissimo. Stava male. Stava molto male. L’infermiera rivolgendosi all’altra donna disse “vado a chiamare il dottore e a prendere una coperta” e mente si allontanava la sentii imprecare “maledetto ascensore, giusto adesso doveva rompersi”. Ci trovavamo al quarto piano. Quell’uomo che forse aveva avuto un infarto era stato costretto a salire a piedi, in reparto, dal pronto soccorso perché l’ascensore si era rotto. Le solite contraddizioni della mia terra. I servizi più importanti allo sfascio. Sembrava che la rabbia si stesse impossessando del mio corpo e non riuscivo a staccare gli occhi da quell’uomo che sembrava quasi sul punto di morire. La donna- doveva essere sua moglie- cominciò ad accarezzargli i capelli arruffati. Mi calmai. Lui la guardò con uno sguardo disperato emettendo un altro sospiro affannato. Ormai regnava il silenzio. Le due signore erano mute e l’uomo che pochi attimi prima era tutto preso da Saviano aveva chiuso il libro poggiandolo sul tavolino al centro della stanza con la faccia dello scrittore rivolta rigorosamente verso il cielo. Si alzò ed uscì dalla stanza. Io invece ero come inchiodata alla mia sedia. Sentivo il bisogno di capire cos’era quella strana aura che legava quei due. Perché tra tutti un gesto mi colpì particolarmente. La donna aveva smesso di accarezzare il marito che si era appoggiato alla spalliera. Si portò le mani al viso e gli occhi le si riempirono di lacrime. Fu a quel punto che lui prese fiato e si raddrizzò leggermente per avvicinarsi a lei. La strinse a sé. Confortandola. Anche i miei occhi a quel punto si inondarono di lacrime. Era…preoccupato non più della sua salute o del dolore che sentiva…ma di quello che provava la “sua amata” in quel momento. Quello era l’amore che avevo sempre cercato, più vero, più sincero, più premuroso, più intenso. Di coppie innamorate ne avevo già viste tante però mai nessuna così. Non di quell’età e non così. Faceva quasi male osservarli tanto erano belli. Poi l’infermiera tornò con la coperta e la donna lasciò che il marito si sdraiasse sul divanetto. Entrambi si guardarono negli occhi e si scambiarono un dolcissimo sorriso. Che splendido momento di vita che mi avevano appena regalato. E’ stato uno dei momenti più emozionanti della mia esistenza. Sentì l’infermiera parlare con una collega “è in dialisi da tanto tempo e questa mattina è svenuto”. Quando mia madre e mia nonna mi fecero segno di andare via avevo ancora gli occhi gonfi di lacrime. Volevo piangere, ma che spiegazione avrei potuto dare in quel momento. Cercai di ingoiare quel nodo che avevo in gola e mia avviai alla porta. Quando mi voltai per l’ultima volta stavano ancora sorridendo coccolandosi a vicenda. Con una strana luce negli occhi che non dimenticherò mai. Non li avevo sentiti dire una parola ma i loro sguardi e i loro gesti avevano già detto tutto.
di Alessandra Carbonelli
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